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Gianluigi Gianni Secco bw
Gianluigi Secco (1946)

L’OCCHIO LIQUIDO

Stasera ho sentito suonare Ivano dal vivo, forse dopo una dozzina d’anni, come un nulla; è stata una cosa strana: mi è venuto l’occhio liquido e mi è rimasto durante tutta l’esibizione e anche dopo durante il lunghissimo applauso che la ha accolta e ancora durante il bis; e mi è tornato dopo mentre, nel corso della premiazione, mi ha ridato il piacere di ascoltare la sua versione musicale di San Gaetan, prima mia canzone ‘pubblica’, testo e ‘musica’, uscita una quarantina di anni fa.
Ernesto Bellus fraternamente scherzava sui miei ‘più di cinquant’anni dedicati alla musica’, almeno mi sembrava anche se, ripassando questi ricordi, mi tocca dargli ragione.
Non me li sento, non se li sente, non ce li sentiamo tutti eppure ...
Anche Ivano ormai li ha nelle mani, nel cuore e nei capelli grigi i suoi bei cinquantatrè e passa, tutti che filtrano meravigliosamente bene da quel suo strumento dall’imponenza incongruente constatata la delicatezza del suono. Forse è fatto così perché lui possa appoggiare il mento sul bordo nero della tastiera destra a bilanciare i contraccolpi dei battiti raddoppiati e triplicati della ‘cavatina di Figaro’, forse il più popolare tra i suoi cavalli di battaglia (e che cavallo!). Rossini, fosse qua, avrebbe l’occhio liquido anche lui e si troverebbe a suo agio, credo, con la nostra visione della vita che colloca la Musica come paniere maggiore atto a contenere cibo e riso – nell’accezione multipla del termine – da condividere in perfetta armonia, con la memoria in un tempo circolare che contempla passato e futuro e dove il presente è solo una posizione istantanea sul percorso semprevivo. L’età è la luce pomeridiana che illumina la scena e, un po più un po meno, ci illude in quella luce radente che a una certa ora indora e rende più vivo ogni particolare aumentando i contrasti tra i profili, tra i pieni e gli sfondi che raddensa fin quasi a renderli irreali! ah già, lo chiamano crepuscolo, termine che mi fa nostalgia nonostante la sua sublime bellezza comprenda nel senso, oltre al tramonto, anche l’alba; ma la mia fede è ancora troppo blanda e mi fa rabbia non poterlo rallentare, almeno un poco; perché il tramonto è troppo violento in quanto a tempo e rende evidente che ogni attimo è unico e non torna più. Urge imparare a goderselo tutto e per tutti i canali possibili.
Mentre suona, riesco a persino a decifrare le smorfie di Ivano che scuote la testa a labbra strette per veloci alternanze orrizzontali – [chissà perché mi viene in mente il pulcino Calimero del caroselli sessantini – solo che grigio – sorrido - quante cose costano-constato in un attimo] che mi introducono e accomunano al suo pensiero creativo e a quello del Maestro (intendo Rossini) che ci ha messo la base; e ora siamo in tre a goderci il gioco interpretativo che dà spessore alla ricetta della vicenda (musicale e teatrale). Il librettista ci ha messo gli ingredienti; Gioachino, indicato il metodo; ma al fornello c’è Ivano che cucina, e tra il pubblico anch’io, che lo vedo mentre per un attimo lui intrevede me che mentalmente suono con lui. Condivide, la sente questa forza che arrivare: sennò che vuol dire ‘l’artista era esaltato dal pubblico’. è tutta questione di attimi. Guardo anche lo sguardo di Ernesto. A proposito di Ernesto: ma si dice Bèllus o Bellùs?











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August 6th, 2015


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